Teoria, prassi e un disagio che molti conoscono
Qualche giorno fa una persona in formazione mi ha scritto dopo un’esperienza in una cooperativa sociale, supportando il responsabile qualità.
Il racconto era questo:
- riesame della direzione scritto dal consulente il giorno prima dell’audit
- direzione che non lo legge
- reclami ignorati
- non conformità usate solo come lettere di richiamo al personale
- gestione del cambiamento “se non è obbligatoria non serve”
- politica qualità stampata e appesa in bacheca
- e, come risposta a ogni osservazione: “abbiamo sempre fatto così ed è sempre andata bene”
La domanda che mi è stata posta è semplice e potentissima: “Sono io nel torto? Dove finisce la teoria e dove inizia la prassi? Quali compromessi sono accettabili?”
La mia risposta è netta.
Non è questo il confine tra teoria e pratica. Questo è il confine tra uso del sistema e finzione del sistema.
Le norme ISO non chiedono perfezione né burocrazia. Chiedono coerenza. Chiedono che ciò che l’organizzazione dichiara abbia un senso reale nel modo in cui decide e lavora.
I compromessi sani esistono: – sistemi semplici – documentazione essenziale – processi adattati alla realtà
Ma non sono compromessi accettabili: riesami “per l’audit”, miglioramento confuso con sanzione, partecipazione azzerata, cambiamento visto come fastidio
Quando qualcuno alza la mano con garbo e riceve come risposta zitta e fai quello che ti viene chiesto il problema non è quella persona. È un’organizzazione che ha smesso di voler pensare a sè stessa.
E forse questa è la riflessione più importante: la qualità non serve quando tutto è facile. Serve quando il sistema viene messo in discussione.
Se questa sensazione ti è familiare, sappi una cosa: non sei tu a essere “fuori posto”.
Sei solo un passo avanti rispetto al sistema in cui ti trovi.
E spesso, da lì, inizia davvero il percorso giusto.
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